Fallire è un po’ morire

Fallire, fallimento, fallimentare, fallito sono tutte parole che solo a pronunciarle generano un senso di disagio e una forte ansia da prestazione. Se cercate articoli, libri, seminari, corsi su questo argomento troverete ben poco. Io ho trovato solo un libro che parla di fallimento come risorsa, “Il magico potere del fallimento” di Charles Pépin (LINK), e l’ho subito aggiunto tra i libri da leggere quest’anno. Provate invece a cercare la parola successo. Il titolo che ho usato per questo articolo infatti ironizza sull’immane mole di post, guide, ebook, corsi e libri che sedicenti guru propinano alla masse, sfruttando l’insoddisfazione e la frustrazione generalizzata.

 

Perché i sistemi per “avere successo” non funzionano ma hanno successo

Quando leggo la pubblicità di questi imbonitori (non faccio nomi per evitare denunce, ma se fate una breve ricerca ne troverete a centinaia) che propinano i loro metodi infallibili per avere successo nel lavoro, negli affari e nella vita, per diventare ricchi e abili venditori, per fare carriera, per diventare leader di se stessi etc. penso subito ai veggenti che vendono i numeri “vincenti” del lotto. Purtroppo in molti ci cascano.

I fattori sono sempre gli stessi: frustrazione per una vita insoddisfacente (su questo argomento spero di scrivere presto un articolo), ricerca rapida e indolore per soddisfare questo bisogno, aspettative, acquisto, delusione, depressione. Una variazione a questo schema cerca di fare spendere più soldi possibili ai soggetti caduti in trappola evitando la fase della depressione e rimandandola all’infinito. Ecco alcuni esempi: i numeri non sono usciti perché non ci hai creduto, ora te ne servono altri; non stai guadagnando di più e la tua piccola attività sta andando male perché non hai ben applicato il metodo, ora hai bisogno di altre carissime lezioni o di passare al livello 2, 3, 4 del metodo.

Chi riesce a guadagnare con questo sistema? Il veggente, il guru e forse qualche collaboratore. La domanda che il cliente del veggente non si pone è: “Come mai se riesce a prevedere i numeri non li gioca per sé ma li offre a sconosciuti in cambio di soldi? Perché il guru che conosce il segreto per fare montagne di soldi perde tempo organizzando corsi ed è così desideroso di condividere tutto per poche migliaia di euro?” Si tratterà sicuramente di altruismo, o meglio dell’inganno più antico del mondo. L’unico modo quindi per fare soldi con questo metodo è quello di replicarlo e diventare veggente o guru del successo e trovare qualcuno che ci caschi.

Tornando alla domanda iniziale, questi sistemi non funzionano perché non fanno i conti con il fallimento, con la vita, ma puntano solamente a vendere un sistema-illusione.

 

Le leggi del fallimento:

  1. Per avere successo non bisogna temere il fallimento

  2. Non agire per paura di fallire è una scelta fallimentare

  3. Il fallimento è tale solo quando decidiamo di non riprovare più

 

L’importanza del fallimento

Quando si intraprende qualsiasi attività è fondamentale avere ben chiaro che esiste la possibilità del fallimento. Partendo da questa consapevolezza diventa importante saper gestire l’insuccesso efficacemente. Purtroppo sin dall’infanzia riceviamo un’educazione che ci penalizza fortemente di fronte agli errori instillando il senso di colpa. Ben presto con l’inizio della scuola i bambini si ritrovano travolti dall’ansia del voto e dalle aspettative dei genitori che esercitano una grande pressione. Bisognerebbe istituire dei corsi prima con i genitori e poi con gli alunni per inserire l’errore, il concetto di sbagliare e il “brutto voto” all’interno di un percorso di vita costruttivo in continua evoluzione. Bisogna liberare gli spazi d’ansia concedendo e concedendosi la possibilità di sbagliare. Bisogna inserire il fallimento all’interno del processo educativo: imparare significa prima di tutto sbagliare tante volte in modo da perfezionarsi e giungere all’acquisizione di una competenza. Un brutto voto non è la fine ma solo l’inizio, un punto dal quale partire per verificare cosa non è ancora chiaro e avere una direzione sugli aspetti da approfondire e migliorare.

Cambiando la prospettiva, sicuramente i ragazzi potrebbero affrontare il lungo percorso di studi eliminando buona parte dello stress e migliorando la performance. I genitori invece puntano molto di più sull’eliminazione dell’ostacolo, quindi, per evitare il fallimento, cercano di abbassare sempre di più il livello di difficoltà che devono affrontare i figli. Gli innumerevoli ricorsi ai danni del corpo docente, in continuo aumento, confermano questa tendenza. La difficoltà invece non è il problema, ma serve anzi da stimolo per sfidare i propri limiti, per avere più fiducia in se stessi, per esprimere al meglio tutte le potenzialità. L’atteggiamento ultraprotettivo dei genitori quindi è inutile e controproducente, ritarda solo di qualche tempo il duro impatto con la vita. Servirebbe invece un sostegno costante nei momenti più difficili. Servirebbe qualcuno che, mentre cadi, ti incita a rialzarti, che ha massima fiducia in te, che non è per niente turbato dal fallimento perché sa che fa parte del processo, che ti trasmette serenità, ma allo stesso tempo ti invita a lavorare duramente, perché questa è l’unica via per raggiungere dei risultati.

 

La paura del fallimento

Se nell’infanzia è mancato quel supporto nella gestione del fallimento o siamo vissuti in un clima di eccessiva prudenza, la paura diventa un potente blocco che ci farà vivere sempre molto al di sotto delle nostre potenzialità. Ogni volta che lo spettro del fallimento fa capolino, ci ritiriamo in noi stessi e rinunciamo, evitando di affrontare qualcosa in cui potremmo non riuscire. “E se non ci riesco?”, “E se va male?” sono le domande tipiche che ci inchiodano davanti a una porta che non apriremo mai. L’ansia non è altro che la paura dovuta all’idealizzazione di un futuro a cui abbiamo già attribuito un esito negativo. Abbiamo già stabilito che andrà male, ne siamo sicuri, fine. Imboccando sempre questo tipo di scelte, la vita si impoverisce giorno dopo giorno negli affetti, nelle relazioni, negli affari, negli studi, in tutto. Si sceglie sempre la strada senza sorprese, la vita diventa piatta, noiosa, priva di stimoli e di energie, demotivante.

Scegliere di non mettersi in gioco per non fallire, però, è il più grande fallimento. Non sapremo mai come sarebbe andata e i rimorsi non tarderanno ad arrivare con il tempo. Il non fare è paradossale, perché evita il fallimento rispetto all’azione, ma non considera il fallimento ancora più profondo dell’immobilità. Restare fermi significa rinunciare a ogni possibilità di successo. La vita ci offre continuamente delle opportunità, ma sta a noi coglierle, prenderci la responsabilità del rischio, accettare la possibilità di fallire, ma anche quella di rimetterci in gioco nel caso in cui vada male.

“Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.”
ARISTOTELE

 

Un giorno un maestro mi disse senza parlare…

Nella mia fallimentare, ma felice, esperienza nelle arti marziali c’è un episodio particolare che mi ha aiutato a migliorare il rapporto con il fallimento.

Una volta venne a trovarci un maestro giapponese di aikido e durante la lezione spiegò una tecnica che come al solito io non capii. Lui venne da me e iniziò a spiegarla facendomi fare i giusti movimenti e correggendomi senza dire una parola. Io continuavo a sbagliare. Lui continuava a spiegare. Avevo superato la fatidica (per me) terza volta e avevo iniziato a pensare che continuando così si sarebbe arrabbiato, avrebbe perso la pazienza e che mi avrebbe ucciso con un colpo secco alla nuca. Ero molto nervoso, cercavo di scrutarlo per vedere se realmente si stesse alterando, continuavo a sbagliare ed ero concentrato sull’errore e sulla possibile reazione. Lui continuava a spiegare e sorridere. A un certo punto ho capito alcune cose: sicuramente aveva più fiducia lui in me di quanta ne avessi io o forse la sua era una fiducia nel suo essere maestro e nella sua capacità di insegnare, era molto rilassato e tranquillo, non era per niente turbato dal mio continuo fallire. Quindi, a un certo punto, mi sono tranquillizzato anche io, ho accettato quella mia incapacità, quel continuo commettere errori ripetutamente. Solo in quel momento sono riuscito a concentrarmi e ho capito la tecnica. Il fallimento fa parte quindi del processo di apprendimento e un vero maestro sa trasmettere questo insegnamento senza parlare. Il giudizio che esercitiamo su noi stessi invece ci blocca e i limiti che ci imponiamo diventano la nostra gabbia.

 

A chi può essere utile il counseling:

  • Ai genitori per allentare le tensioni relative alle performance dei figli
  • Agli insegnanti per aiutare gli studenti a concepire il voto all'interno di un percorso più ampio
  • Ai figli per gestire meglio il fallimento: da "io sono sbagliato" a "io ho sbagliato"
  • Per chi al lavoro si sente bloccato dalla paura del fallimento

 

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Ma quindi le famose 7 regole?

  • Il fallimento fa parte della vita, amalo
  • Fallire è il momento ideale per capire cosa non ha funzionato
  • Non sei tu a fallire ma il processo che hai utilizzato
  • C'è sempre una seconda possibilità
  • Fallire è più simile a imparare che a morire
  • Se i bambini avessero paura del fallimento non imparerebbero mai a camminare
  • Sii realista, la vita alterna continuamente vittorie a fallimenti

 

 

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Il fallimento è un diritto LINK


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